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Proloco di Groppallo - Pietro Zazzera il sindaco custode dell’alta val Nure

Pietro Zazzera il sindaco centenario dell’alta val Nure

di Claudio Gallini

 

Oggi, lunedì 23 aprile 2018, il nostro Sindaco Pietro Zazzera residente a Riovalle di Groppallo compie 100 anni e vogliamo celebrarlo riportando un estratto dell'articolo a lui dedicato apparso su Libertà lo scorso 2 ottobre 2017, a firma dello scrivente.

Tanti auguri Pirèn!!!!

 

Da sinistra Pietro Zazzera, il figlio Bruno e la moglie Luisa (foto Claudio Gallini 2017©)

 

Tra le verdi cime dell’alta val Nure, ai piedi del monte Menegosa, si trova l’abitato di Riovalle, pochissimi residenti fissi e una panchina nel cortile accoglie, nelle belle giornate assolate, le quattro sentinelle di questo villaggio posto a pochi chilometri da Groppallo, nel comune di Farini.

Tra loro spicca certamente Pietro Zazzera, classe 1918, cento anni il prossimo ventiquattro aprile, già sindaco dell’allora comune di Farini d’Olmo negli anni ’70 e tanto altro.

Quello che sbalordisce sin da subito di Pietro è la perfetta, e invidiabile dallo scrivente, lucidità mentale; egli possiede una ragione ordinata e pronta a correggere chiunque vada fuori dai binari, sempre comunque con cortesia e saggezza.

La memoria di Zazzera arriva con spontaneità alla sua infanzia, quando ancora bambino aiutava il padre Luigi nel mestiere di fabbro; il piccolo Pietro era l’addetto a “dare aria” ai carboni roventi della forgia, ruotando diligentemente con la manina la manovella dell’aeratore.

La famiglia Zazzera, costituita da sette persone, quattro maschi e tre femmine, disponeva anche di una stalla molto imponente per il tempo, composta da oltre venti capi di bestiame, terreni e boschi da coltivare e Pietro poco alla volta ebbe un ruolo determinante nella cura dell’azienda di famiglia.

Nella vicina borgata di Pometo vi era la scuola elementare che egli frequentò fino alla terza classe, per poi terminare la quarta a Barsi di Groppallo e la quinta in età matura attraverso le scuole serali.

Una vita, quella di Zazzera, ricca di iniziative come la decisione, dopo il conseguimento della licenza elementare a diciannove anni, di intraprendere l’attività di semenzaio in Piemonte, ad Asti.

L’attività di semenzaio fu poi interrotta nel 1939 con la chiamata alle armi in concomitanza con l’esordio di quello che verrà poi riconosciuto dalla storia come il secondo conflitto mondiale.

Pietro fu da subito affidato al 4° reggimento genio telegrafisti di Verona e qui vi rimase per ben cinquanta mesi.

Da Verona lo spostarono poi a Trento dove rimase per oltre un anno e in seguito a Bolzano, poi a Merano (BZ) e anche a San Valentino alla Muta (BZ) per riuscire a comunicare con le truppe amiche attraverso l’alfabeto Morse; difatti Pietro racconta: “Posavamo delle reti e con delle antenne provavamo a comunicare con altri militari”.

Il racconto di Pietro però vuole arrivare presto al ricordo di quel tremendo 8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio, il giorno della resa italiana.

“L’otto settembre mi trovavo a Verona e ricevetti la notizia della fine della guerra”, e prosegue: “Quel giorno i tedeschi circondarono la caserma posta nei pressi di porta San Zeno, ci fecero uscire in cortile, ci proclamarono prigionieri e con tre postazioni dotate di mitragliatrici, ci controllavano a vista”.

Dal racconto scopriamo che in quel momento le truppe naziste ignoravano le genti vestite con abiti civili e all’opposto catturavano i militari italiani senza troppe esitazioni.

Egli difatti continua: “Devo sempre ringraziare un amico di Bologna e un tale Guido Muselli per non essere stato in Germania; loro mi fecero uscire attraverso delle strette tubazioni che portavano fuori dall’accerchiamento nazista, dentro ad una siepe”.

Al di là della capezzagna c’era una strada e di fronte vi era una villetta circondata da campi di mais.

“Trascorsa un’oretta, trovammo una mamma con due bambine che ci aiutarono a scappare verso casa loro nei campi di melica e lì rimanemmo per circa una mezzoretta; queste sante donne ci portarono i panni in borghese e da quel momento risultammo ignorati dalle milizie tedesche”.

Da Verona partirono poi a piedi fino a Brescia e lì presero il treno fino quasi a Milano; i vagoni erano presidiati dai tedeschi, così s’incamminarono a piedi sino a San Rocco al Porto (LO).

L’amico di Bologna in questo momento prese la sua strada, mentre Pietro Zazzera rimase con un altro commilitone originario di Bobbio.

Ora dovevano attraversare il Po ma non certamente in treno e così si trovarono la soluzione più ovvia: con una barchetta nel buio della notte.

 “Erano passate le due del mattino quando iniziammo l’attraversata; di luci non se ne vedeva perché in quel periodo passava “Pippo” e così faticammo un po’ a trovare la riva piacentina perché c’era molto buio. Ad un certo punto udimmo l’abbaio di un cane e cercammo di orientare la barchetta nella sua direzione e trovammo una cascina dove si presentarono due vecchietti che ci chiesero cosa volevamo”.

La famiglia piacentina accolse Pietro ed il suo amico sfamandoli con latte appena munto e diede loro un letto per dormire poiché l’indomani sarebbero ripartiti.

Pietro raggiunse così a piedi Biana di Ponte dell’Olio e con l’allora littorina arrivò Bettola dove abitava una zia. La strada era ancora lunga, si vedevano già le montagne e c’era da superare il ponte il cui passaggio era controllato da due nazisti armati.

Egli prosegue: “A Bettola tremavo come una foglia, c’era pieno di gente e non sapevo cosa fare, mi sono buttato in mezzo alla folla cercando di nascondermi e sono passato indenne perché fortunatamente in quel esatto momento i due militari ebbero un’accesa discussione tra di loro”.

Così il nostro Pietro fece ritorno a Riovalle attraverso antichi sentieri che da Bettola salgono a Costa, Stomboli e finalmente a casa!

Una volta terminato il pesante e ostile clima bellico, per Pietro venne l’ora di pensare ad una sua famiglia; Luisa Zazzera, la sua futura moglie, abitava proprio a Riovalle, era la sua vicina di casa che alla partenza per la guerra era poco più che una bambina, ma al ritorno era una dolce ragazza che Pietro vide con occhi diversi.

La scintilla scoppiò subito tra i due che si fidanzarono e pochi anni dopo, il 17 maggio del 1947, coronarono il loro sogno sposandosi ma soprattutto con la nascita del caro figlio Bruno due anni dopo.

Pietro tiene a evidenziare: “Io e Luisa non siamo stati tanto fidanzati, solo qualche anno; lei abitava qui vicino e poi ci siamo sposati”, e continuò: “lo stesso mese di aprile io compivo 29 anni e lei ne compiva 21 e quest’anno abbiamo festeggiato i 70 anni di matrimonio!”.

Pietro Zazzera nel frattempo divenne un uomo nella piena maturità con la responsabilità della famiglia e così oltre alle faccende agricole famigliari, per tre mesi l’anno e per quindici anni, ritornò in Piemonte, questa volta a Gattinara (VC), con il suo banco di sementi e nel contempo si avvicinò alla carriera politica in qualità di consigliere comunale presso il municipio di Farini già dalla prima metà degli anni ’50.

Nel 1970 decise invece, con il consenso di tutta la famiglia, di dismettere completamente la stalla e il bestiame per aprire un negozio di alimentari a Piacenza ma proprio in questo periodo della sua vita gli arrivò una convocazione molto inaspettata.

Ecco cosa ci racconta: “Sono stato costretto a fare il sindaco! Eravamo novantasei candidati a rappresentare cinque partiti e ognuno aveva diritto, con voto proporzionale, non maggioritario, a venti candidati”.

La narrazione in sintesi continuò così: “In tutta la mia vita è stata la soddisfazione più grande che abbia mai avuto, perché in lista c’erano: due ragionieri, due geometri, due insegnanti, e vinsi io con una maggioranza netta e con la mia quinta elementare!”.

Inizialmente egli rifiutò la candidatura ma il sindaco precedente, cui egli era già assessore insistette, assieme a tutta la giunta affinché egli si candidasse a sindaco di Farini.

L’assemblea presente in sala consigliare, dopo le sue elezioni, si alzò tutta in piedi e con un forte applauso lo invitarono a prendere la parola e Pietro ricorda esattamente cosa pronunciò al microfono, con le lacrime agli occhi: “Vi prometto che per me siete tutti uguali sia chi mi ha votato sia chi non mi ha votato, vi prometto che quello che posso fare lo farò per tutti”.

Pietro Zazzera è ricordato come un sindaco molto operativo, eletto veramente con il cuore da una comunità che allora contava oltre i cinquemila abitanti.

Tra le iniziative da lui sostenute durante il suo mandato, che vogliamo ricordare, citiamo: la grande opera di costruzione della strada che arriva al passo di Santa Franca dal versante valnurese; l’ampliamento di vari sistemi idrici; la costruzione della strada che giunge ai Canevari di Boccolo della Noce e l’ampliamento sul territorio comunale delle prime linee telefoniche per portare il telefono nelle case dei suoi cittadini, solo per citarne alcune.

E’ stato un amministratore molto amato dai suoi cittadini che lo chiamano tuttora “sindaco”, adorato soprattutto dalla moglie che faceva tanti sacrifici a casa, mentre egli era occupato a servire la comunità anche con l’impegno nella Coldiretti di Farini, cui rimase ai vertici per ben venticinque anni.

Pietro protegge il segreto di questa eterna giovinezza e mentre lo saluto, al termine di questa chiacchierata, provo a chiedergli se me ne può svelare qualche parte e giovarne altrettanto; egli con fermezza mi dice così: “Màja pòc e ciàpa mài òna ciùca”, dal dialetto: “Mangia poco e non prendere mai delle sbronze”.

 

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Autore: Claudio Gallini © 

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