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Proloco di Groppallo - Il gergo dei semenzai groppallini

Il gergo dei semenzai groppallini

Il gergo dei semenzai groppallini

di Claudio Gallini

Estratto da: GALLINI C., L'urtiga: quaderni di cultura piacentina,  n.6 (2014), pp. 133 -136.

 


Groppallo, come tutta l’alta val Nure, è terra di grandi commercianti che, seguendo le orme dei padri e dei nonni, hanno conquistato diverse regioni italiane, soprattutto il Piemonte e la Lombardia, imponendosi sul territorio grazie a una grande capacità imprenditoriale marcata a fuoco nel loro DNA.

Non si contano le imprese di groppallini, e di valnuresi, come semenzai, fiorai, orefici e venditori di casalinghi, sparse dal torinese al bergamasco e gli elenchi telefonici di quei luoghi sono invasi da cognomi che risuonano di molto famigliare: da Cavanna a Zazzera, passando da Bruzzi e arrivando a Provini, per citarne solo una piccolissima parte.

In questo breve elaborato volevo portare alla luce un particolare gergo nato sui nostri monti e divulgato più di cent’anni fa dai progenitori di quei negozianti montanari che ancora oggi sono sulla piazza, lontano da Piacenza ma con imperi soprattutto nel settore delle sementi.

Questo slang fu ideato innanzitutto per non permettere ai commercianti locali di comprendere le conversazioni dei nostri emigrati creando in questo modo una sorta di bolla di vetro, e anche per proteggersi dai concorrenti oltre che da eventuali rischi.

I giovani pionieri di questo gergo sono stati principalmente i semenzai che più di cent’anni fa partirono a piedi dalle frazioni dell’alta val Nure lasciando in lacrime mamme e zie per raggiungere, sempre con le loro gambe, destinazioni lontane come ad esempio Novara dove un parente o un socio si era già insediato o, quando le cose andavano già meglio, si era dotato di un piccolo magazzino.

 

Un tipico carro per la distribuzione delle sementi utilizzato da una famiglia groppallina


Questi ragazzi avevano a malapena conseguito la terza elementare e sapevano leggere e scrivere ẽn õna cuàrca manéra, ossia, "in un qualche modo" per dirla alla groppallina.

Una volta giunti a Piacenza, dalle montagne, s’incamminavano in un lungo viaggio che poteva durare anche una settimana bussando di cascina in cascina per proporre la semenza, a sménsa, necessaria a seminare un’aiola, õna pröṡa.

Le sementi erano raccolte in porzioni da un chilogrammo dentro a una tela chiamata brãndéna e con un piccolo misurino riempivano, in base alle esigenze del cliente, degli involucri, i scartòssi, piegando ad hoc dei ritagli di giornale.

 

 Un tipico banco di sementi su una piazza lombarda nel giorno di mercato, anni ’60. (Immagine tratta da: BERGAMINI D., Cammin facendo....le età della vita, Ediprima, Piacenza, 2010).

 

Oggi non si contano le molteplici specialità di semenze disponibili sul mercato, ma a quei tempi si risolvevano nello stretto necessario che possiamo riassumere in insalate, rapanelli, carote e cicoria.

I ragazzi più fortunati, temerari o, per meglio dire, portati per questo tipo di mestiere, riuscirono a crescere e poterono permettersi di acquistare un cavallo con un carretto e in seguito avere anche un negozio e fare addirittura i mercati nelle piazze.

Questi groppallini stabiliti in “terra straniera”, si erano in fretta imposti sul mercato e, con la caparbietà montanara, davano del filo da torcere ai mercanti locali con i quali però si doveva stare, in un certo senso, con gli occhi ben aperti, ma sempre con il dovuto rispetto.

Per tale ragione, come si è scritto nelle prime righe, i nostri ragazzi si erano creati un gergo molto particolare, un dialetto proveniente delle nostre montagne ma ritoccato nelle parti giuste, un linguaggio in codice che permetteva loro di passarsi le informazioni in maniera celere senza essere capiti da altri.

Ad esempio nei mercati bisognava, e ancora oggi, fare molta attenzione ai ladruncoli che con un’abile mossa potevano razziare le mercanzie esposte; per tale ragione il primo termine ideato fu lüma!, ovverosia “guarda!”, “occhio!”. Questa parola aveva doppio significato poiché oltre ad invitare un amico a osservare qualcosa o qualcuno, era un consiglio a prestare molta attenzione.

Nel caso di un ladruncolo nei paraggi quindi, si doveva invitare l’amico o il collega a prestare attenzione perché il tale poteva creare problemi e pertanto la frase diventava: lüma che u ṡanìssa!, cioè, “presta attenzione che quello ruba!”.

 

  I grossi e pesanti sacchi dove venivano immagazzinate le semenze per la vendita sia in negozio sia nelle piazze di mercati. (Immagine tratta da: BERGAMINI D., Cammin facendo....le età della vita, Ediprima, Piacenza, 2010).

 

Sempre nei mercati era prevedibile farsi scappare una parolaccia o ancor peggio una bestemmia e sarebbe davvero stata una brutta figura farsi sentire dal parroco del posto che frequentava spesso e volentieri le piazze adiacenti alla chiesa.

Una bestemmia era sicuramente un tremendo biglietto da visita per i nostri groppallini in cerca di fiducia, perciò il primo che avvistava un uomo in veste talare avvertiva gli altri di stare più tranquilli con la lingua poiché c’era in giro u pìst, cioè il prete.

Un altro lemma fondamentale di questo gergo è paièn cioè l’indigeno, la persona del posto; questa voce aveva però una doppia valenza poiché oltre a designare il commerciante locale, per distinguerlo da un negoziante emigrato, era anche una sorta di epiteto che indicava una persona stupida, tontolona, sempre per tenere, in un certo senso, un atteggiamento di distacco, una non appartenenza a quella terra.

La presenza nei dintorni di un “paièn”, obbligava l’uso obbligato del gergo perché spesso e volentieri rappresentava un pericolo.

Anche i clienti erano appellati paièn ma in questo caso potevano essere stèrãn oppure nèc. Gli “stèrãn” erano clienti buoni, pagatori, quelli che non facevano mai storie e facili da trattare, i cosiddetti galantuomini; è evidente che quelli “nèc” erano tutto l’opposto. In un negozio i clienti, i paièn, spesso e volentieri entravano accompagnati dai figli che erano chiamati ciümél se maschi e ciümélla se femmine.

Nell'esempio di un mercato in una piazza piemontese di tanti anni fa sarebbe stato facile riconoscere i semenzai valnuresi ascoltando una frase come questa: Cull’è l’é u ciümél ad cùl paièn nèc lavìa, lüma che u ṡanìssa!; una frase quasi senza senso per i locali ma che in realtà nascondeva un avvertimento molto importante che doveva arrivare alle orecchie di tutti i compagni.

Nel chiudere l’elenco delle parole essenziali, utilizzate in questo gergo, si vuole ricordare, u bastàrd che indicava il portafoglio e i bùri che in sostanza erano i soldi intesi non come unità di misura ma nel senso generale, ad esempio: Lüma che cùl paièn lé a l’é sẽnsa bùri! ,“Fai attenzione che quel cliente è senza soldi!”.

Un linguaggio nato per la sopravvivenza, che oggi non viene naturalmente più utilizzato ma che rimane nei ricordi dei figli e dei nipoti di quelle persone che un tempo, per necessità e per una sorta di pionierismo, lasciarono le nostre valli alla ricerca di un mondo migliore.

Sarebbe interessante raccogliere altri lemmi di questo gergo per fissarli, pertanto invito i lettori a contattarmi attraverso la posta elettronica (claudio.gallini[chiocciola]gmail.com) nel caso fossero intenzionati a collaborare.

 

 

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Autore: Claudio Gallini © 

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